Fuori dalla palestra usata da Marinelli e Stringher

Autismo: una madre punta il dito contro le forze dell’ordine

Durante una perquisizione antidroga davanti alla scuola, agenti in borghese avrebbero usato modi poco garbati con i ragazzi affetti da questo disturbo

Un adolescente (© Shutterstock | Fresnel)

Un adolescente (© Shutterstock | Fresnel)

UDINE – ‘C’era una volta...’, iniziano così le storie, generalmente, non è vero? In questo caso no. L’inizio è un po’ diverso. E ciò che manca è il consueto lieto fine. É un martedì come molti. G. arriva a scuola (questa l’iniziale del nome del ragazzo, minorenne), come tutti i giorni accompagnato da sua mamma. Scende e si dirige verso la palestra. La giornata inizia con la lezione di ginnastica. Ma quella mattina succede qualcosa. Una perquisizione. Sì, degli agenti in borghese fermano alcuni ragazzi e fanno svuotare loro gli zaini (la ricostruzione ci viene fornita dalla madre di G.). Cercano stupefacenti. Si tratta di una prassi, ci dice. Le perquisizioni vengono fatte a random. In questo caso, gli agenti bloccano dei ragazzi fuori dalla palestra usata dagli istituti Marinelli e Stringher di Udine. Fino a qui, nulla di strano.

Basta poco, ma non tutti lo capiscono
C’è però un particolare, che non è un dettaglio. Ed ecco perchè abbiamo tirato in ballo G. Questo ragazzotto dagli occhi chiari e con i capelli scuri è speciale. G. è autistico. Come lui anche altri due suoi compagni di classe. Ragazzi che quindi devono essere trattati con una maggiore attenzione, ai quali bisogna spiegare bene cosa sta succedendo affinché possano comprenderlo e accettarlo. Ragazzi con una sensibilità differente da quella dei loro coetanei. La mamma di G., quando vede la scena, cerca di avvisare l’agente che sta effettuando i controlli. «Si allontani, vada alla macchina, io sto facendo il mio lavoro». Si sente dire la signora. «Quando ho visto che stavano svuotando le borse dei ragazzi, uno a uno, – ha raccontato - mi sono avvicinata per spiegare che c’erano alcuni studenti, fra cui mio figlio, che dovevano essere trattati con attenzione. Ma non mi hanno fatta parlare». «Ho quindi avvicinato un’agente donna, - ha continuato nel racconto - anche lei in borghese, sperando di trovare attenzione. Le ho spiegato che il suo collega non poteva trattare quei ragazzi come tutti gli altri». L’agente ha cercato di tranquillizzarla, ma nulla è cambiato. A uno dei tre ragazzi autistici è stato chiesto il documento di identità: «L’ho visto tremare, era agitato e nella confusione non riusciva a trovare i suoi documenti».

Rabbia e indifferenza
Ed ecco che monta la rabbia di una madre. Non perchè non è stata ascoltata, ma perchè è stata trattata con sufficienza: «Non mi interessa nulla se sono stati sgarbati con me, o se mi hanno fatta allontanare. Quello che mi fa arrabbiare è vedere la mancanza di sensibilità». Nulla da dire contro le perquisizioni che anzi, «dovrebbero essere fatte anche più spesso». «Ma le cose non vanno fatte così!Le forze dell’ordine dovrebbero essere sensibilizzate. Dovrebbero avere una preparazione anche per trattare con questi ragazzi. Sì perchè c’è la convinzione che la disabilità sia sempre palese, evidente ‘a occhio nudo’, ma non è così. Ho visto indifferenza e menefreghismo e questo non è giusto».

Basta poco e l’impegno viene vanificato
I genitori come questa madre, che non ci sta, si impegnano ogni giorno per far comprende e accettare la quotidianità, ma anche le cose meno consuete, ai loro figli. Quanto accaduto rischia di vanificare tutto questo impegno: «Mio figlio, come mi ha raccontato l’educatore che lo segue, è stato agitato a lungo, si è calmato solo dopo che gli è stato spiegato quanto accaduto. Un altro dei suoi compagni si è chiuso e non ha parlato con nessuno, il terzo rideva senza ragione». Tre ragazzi, tre reazioni, come è normale che sia. In comune il turbamento.

Un appello accorato, nessuna polemica
Abbiamo domandato alla mamma di G., cosa avrebbero dovuto fare gli agenti. «Ascoltare me, innanzituttoA questi ragazzi le cose vanno spiegate. Bisogna farli sentire tranquilli e accolti. Anche in ospedale mi è capitato di sentirmi chiedere come trattare mio figlio, e questa è apertura mentale incredibile». Da questa madre arriva quindi un appello, senza polemiche: «Vorrei cercare di sensibilizzare verso questa che è la realtà di molte famiglie. Vorrei che tutti capissero, soprattutto chi lavora per la società civile e quindi si deve confrontare anche con questi ragazzi speciali».