30 maggio 2017
Aggiornato 11:00
Cultura

Riscoperta una lettera di Primo Levi 'chimico' dal Comune di Torviscosa

Il ritrovamento nell’ambito di una ricerca sulle relazioni tra la Snia Viscosa e alcuni chimici tedeschi coinvolti con il regime nazista e le sue atrocità

La lettera ritrovata e, nel riquadro, Primo Levi (© Diario di Udine)

TORVISCOSA - Noto a tutti come testimone della barbaria nazista e come scrittore di grande intensità, Primo Levi è stato però anche un chimico: anzi, la chimica è stata una delle sue prime passioni, la materia dei suoi studi universitari, il suo mestiere prima e dopo la deportazione e la sua occupazione anche all’interno del lager. È quindi nella sua veste di chimico che Primo Levi scrive al direttore della rivista scientifica 'La chimica e l’industria' nel novembre del 1947, per fornire alcune 'notizie di carattere tecnico' relative al campo di annientamento di Buna-Monowitz in cui era stato internato all’inizio del 1944.
È una lettera che sembra nessuno conosca o ricordi più, nonostante sia coeva alla prima edizione del celeberrimo 'Se questo è un uomo', ed è stata 'riscoperta' dal Comune di Torviscosa letteratura.

Cosa dice la lettera
Nella lettera, pubblicata nel n. 12 (dicembre) del 1947 della nota rivista scientifica, Levi descrive il lager e fornisce alcune notizie sulle sue produzioni chimiche: il campo di Monowitz, struttura satellite del più noto campo di Auschwitz, era infatti sede di vari impianti chimici, tra cui uno gigantesco per la produzione di gomma sintetica, la cosiddetta 'buna'. Levi racconta di essere stato impiegato dapprima come manovale per lavori di trasporto di materiali e quindi, dopo una sorta di selezione professionale, come analista in uno dei laboratori chimici. Sarà proprio grazie a questo incarico, che viene svolto all’interno del laboratorio relativamente riscaldato, che Levi potrà sopravvivere al rigore dell’inverno 1944/1945.

La produzione chimica nei lager nazisti
Nel luglio 1944 i bombardamenti degli alleati danneggiano in parte gli impianti per la produzione della buna, che infatti non verrà mai prodotta nel campo di Monowitz. Restano attive però altre produzioni, tra cui quella di metanolo. L’azienda che gestisce gli impianti all’interno dei lager e tutta la produzione chimica di interesse per il regime nazista e l’economia di guerra è la IG Farben. Nel settembre 1944, la IG Farben nomina responsabile dell’intera produzione di metanolo nell'organizzazione nazista Johann Giesen, già direttore della produzione di combustibili nel campo di Auschwitz. Ciononostante, nei processi contro i criminali nazisti del dopoguerra, Giesen affermerà di non aver mai sentito parlare di sterminio o di crimini simili commessi sui prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz. Ritenuto politicamente non colpevole, nell’immediato dopoguerra assume la guida della ex IG Farben a Ürdingen, nella zona di Düsseldorf che era allora sotto il controllo del Regno Unito, e in seguito comincia a lavorare per la Perfogit, azienda con sede in Svizzera che impiega alcuni tra i migliori chimici tedeschi già implicati con il nazismo.

Il ruolo della Snia di Torviscosa
Ed è proprio a questo punto che entra in scena anche la Snia Viscosa: la Perfogit è infatti un’azienda interamente controllata dalla Snia e tra i documenti conservati nell'archivio storico ex Snia Viscosa le ricerche condotte dal Comune di Torviscosa hanno permesso di ritrovare diversi brevetti prodotti dalla società Perfogit e firmati da Johann Giesen. Ulteriori ricerche e approfondimenti nelle riviste specialistiche dell’epoca hanno fatto infine pervenire anche alla lettera di Primo Levi a 'La chimica e l’industria'. «Le relazioni della Snia Viscosa con le omologhe tedesche all’epoca dei regimi fascista e nazista sono note, così come la collaborazione di Giesen con la Snia nel dopoguerra» spiega Mareno Settimo, assessore alla Cultura del Comune di Torviscosa e autore della ricerca. «Finora, però, nessuno aveva rilevato il ruolo dello stesso Giesen nei campi di Auschwitz-Birkenau. Dal punto di vista dell’industria, nel dopoguerra era probabilmente inammissibile perdere le competenze tecniche e scientifiche che il regime nazista aveva sostenuto e sviluppato, ma ai nostri occhi, oggi, la riabilitazione di personaggi con ruoli così significativi nel sistema di sterminio nazista risulta davvero sconcertante».