Enti locali

«GrandeUdine», l'Uti che divide anzichè unire

Il dibattito sulla nuova riforma degli enti locali. Sala Ajace gremita per il confronto tra l'assessore Paolo Panontin e i sindaci friulani.

Sa sinistra, Tesolat, Mosanghini, Panontin e Lizzi (© )

UDINE – La sensazione è che, alla fine, la «GrandeUdine» vedrà la luce. Ma il percorso per arrivarci non sarà indolore e alcuni sindaci saranno costretti a ingoiare dei rospi belli grossi per evitare l’isolamento (e le penalizzazioni imposte dalla nuova legge regionale). Fatto sta che la riforma degli enti locali divide anziché unire, e si presenta non priva di punti deboli. Certo, l’assessore Paolo Panontin continua a dire che il testo potrà essere migliorato, che le Uti (Unioni territoriali intercomunali) potranno modificare i loro confini, che i sindaci saranno ascoltati. Per ora, però, sono più gli amministratori scontenti dalla riforma che quelli contenti, nell’udinese come a Pordenone.

Il tema è stato affrontato nel corso di un incontro organizzato a Udine dall’associazione «Gente e idee Fvg» (guidata dall’ex consigliere regionale Alessandro Tesolat e da Daniela Lizzi), che ha avuto come protagonisti l’assessore regionale Panontin, il professor Sandro Fabbro, l’imprenditore Marco Calzavara, il vice presidente di Confcommercio Luciano Snidar e molti sindaci dell’hinterland udinese. A tirare le fila del convegno, il giornalista del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini.

Una sala Ajace gremita per l'incontro sulla GrandeUdine

Una sala Ajace gremita per l'incontro sulla GrandeUdine (© )

Oltre due ore di discussione per sviscerare le principali criticità della legge di riforma, costretta a diventare efficace tra una burocrazia sempre più stringente, rivalità territoriali mai sopite, contrapposizioni politiche evidenti e un articolato piuttosto complesso. Nell’introduzione, Tesolat ha sottolineato come la «GrandeUdine» debba fare i conti con un vero e proprio limite culturale: «Chi sta fuori le mura della città vede con diffidenza chi sta dentro». Quasi tutti hanno condiviso la necessità che l’Uti diventi motivo di sviluppo per la città di Udine e per i suoi territori limitrofi, anche per riuscire a proporsi con maggiore peso nelle future sfide di carattere europeo. A questo proposito, lo spunto migliore è giunto dal professor Fabbro, il quale ha calato la futura Unione udinese nell’ambito della direttrice Adriaco-Baltica, bocciando nettamente la riforma varata dalla giunta regionale. «Una legge – ha chiarito – senza indirizzi di strategia territoriale, che dà vita a un territorio localistico di comunità semirurali, limitate nella gestione di servizi in riduzione».

L’assessore Panontin ha risposto alle diverse osservazioni sollevate, difendendo la riforma («non è frutto della fantasia legislativa di chi vi parla, ma di un’analisi puntuale di quanto accaduto in Fvg negli ultimi 20 anni») e lasciando aperta la porta a nuove modifiche. «Non è una norma scolpita nella pietra: siamo pronti, c'è il nostro impegno per valutare assieme i possibili aggiustamenti».

A riportare la discussione al livello più pratico, più vicino ai cittadini, ha contribuito Mosanghini, cercando di far emergere dagli interventi le reali ricadute della riforma sui cittadini, al di là dell’aspetto puramente politico.

Il sindaco di Udine Furio Honsell ha allontanato la visione di una Udine cannibale rispetto ai Comuni dell’hinterland, ricordando le collaborazioni già in atto con i territori limitrofi: la gestione dello sportello Suap e l’ambito socio-assistenziale su tutte. «Se dovessimo cercare un sistema perfetto – ha commentato Honsell – l’Unione non nascerebbe mai. In questa fase bisogna lanciare il cuore oltre l’ostacolo e in seguito fare i necessari aggiustamenti. Il nostro massimo ideale è fare gli interessi dei cittadini, garantendo sempre servizi di qualità». Un sindaco di Udine ambizioso quello che ha preso la parola ieri, che pensa a un’Uti da 200 mila abitanti, capace di comprendere non solo i Comuni dell’hinterland, allargandosi anche a Tricesimo e Povoletto. Eppure i primi cittadini dei Comuni prossimi a Udine non sono convinti. Andrea Pozzo (Pasian di Prato) ha posto l’accento sulla sproporzione tra numero di dipendenti comunali e abitanti che esiste tra Udine e i Comuni dell’hinterland, evidenziando come questi ultimi siano una realtà a sé stante rispetto alla città. Per questo ha auspicato la nascita di due Uti distinte, unite poi nella gestione di alcuni servizi. «La sensibilità che arriva dei territori – ha spiegato Pozzo – è molto distante dai modelli che ci vengono proposti dalla riforma». Ha dubbi sulle modalità di voto dell’ipotizzata «GrandeUdine», invece, il sindaco di Pradamano Enrico Mossenta. «Non vogliamo perdere la rapidità di risposta alle richieste dei cittadini che i Comuni più piccoli, oggi, riescono ad avere. Un valore che non va disperso». Sono incerti sul da farsi Emanuela Nonino (Pavia di Udine) e Luca Mazzaro (Pagnacco), mentre Gianluca Maiarelli (Tavagnacco,) pare più convinto. «Oggi l’hinterland è già un’unione di fatto con la città, per le collaborazioni e per le relazioni in atto. Noi non siamo periferia ma partner di Udine. In questo senso, quella dell’Uti è una sfida che dobbiamo affrontare, avendo però la garanzia di continuare a svolgere un ruolo da protagonisti. Non una sommatoria di nove burocrazie, ma un nuovo ente nel quale tutti avranno pari dignità». La critica più sprezzante alla riforma sono arrivate dal sindaco di Reana del Rojale, Emiliano Canciani. «Facile fare una legge che io definisco subdola, in quanto demanda le scelte alle amministrazioni comunali. Se nemmeno la Regione sa cosa accadrà in termini di costi con le nuove Uti, come possono saperlo i Comuni chiamati a scegliere da che parte stare?».

Panontin ha provato a replicare, spiegando le ragioni che hanno portato alla testo di riforma. «Abbiamo cercato di trovare il giusto punto di equilibrio - ha indicato l’assessore - anche tra esigenze opposte espresse dalle autonomie locali del territorio», con il duplice obiettivo di dare la possibilità alle Unioni e ai Comuni appartenenti a ciascuna Uti di affrontare la richiesta quotidiana di servizi che giunge dalla comunità e, d'altra parte, di trovare la giusta dimensione territoriale per sviluppare un'efficace capacità programmatoria.