Dibattito sull’Islam

Fouad Allam: «Lo Jihadismo cambia la psicologia di chi vi aderisce»

Il sociologo è stato invitato a Udine da Novacivitas. Si è parlato anche del no al velo nelle classi di Cervignano: il portavoce della comunità islamica Slatni dice: «Se fossi nei padri di quelle ragazze, le farei cambiare istituto»

I relatori della serata organizzata a Udine per discutere di Islam (© )

UDINE – Siamo di fronte a uno scontro di civiltà? C’è incompatibilità fra il mondo occidentale e quello islamico? E ancora, perchè nonostante gli sforzi fatti non riusciamo a integrare davvero i mussulmani nel nostro sistema? Queste sono solo alcune delle molte domande a cui si è cercato di rispondere in occasione del dibattito organizzato venerdì dal circolo Novacivitas. Un incontro pubblico dal titolo evocativo «Islam. Fra scontro e integrazione»: un tema scottante e più che mai attuale. Anche in regione nell’ultima settimana abbiamo assistito a un dibattito acceso sull’argomento che ha coinvolto non solo il mondo politico ma anche e soprattutto la società civile.

I RELATORI - A discutere sullo scontro di civiltà e sui limiti degli approcci d’integrazione adottati fin’ora, Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo islamico all’Università di Trieste, già deputato del Pd, commentatore per La Repubblica, Il Corriere della Sera e più recentemente anche per il Sole 24 Ore. Marco Orioles, a sua volta professore di sociologia alle Università di Udine e Verona e autore di numerosi saggi sulla società multietnica. Bouraoui Slatni, portavoce della comunità islamica «Salam» di via San Rocco a Udine.

INTEGRAZIONE – Una parola molto usata, forse abusata oggi: integrazione. Ma cos’è davvero? «Non significa solamente avere un passaporto, un lavoro regolare, una casa – spiega Khaled Fouad Allam – integrazione è molto di più. Determina riconoscimento. Che a sua volta dimostra l’esistenza del soggetto all’interno della società». Ecco spiegato perchè si parla di foreign fighters e di lupi solitari, giovani europei, nati e cresciuti nel vecchio continente da genitori emigrati, ma non solo, che in un modo o nell’altro sono scesi in guerra contro l’occidente che li ha cresciuti. Ragazzi che non hanno uno status, un riconoscimento dalla società in cui sono maturati, ma che, al contrario, ne trovano uno nello jihad, nella guerra santa – da molti identificata come il sesto pilastro dell’Islam -. «Lo jihadismo – ha concluso il sociologo – cambia la psicologia di chi vi aderisce, che si sente rivestito di una missione spirituale, religiosa, politica». Proprio così perchè come sottolineato in apertura da Stefano Asquini, presidente di Novacivitas, «al contrario di quanto avviene nel Cattolicesimo, dove potere temporale e religioso sono ben distinti, fornendo un’identità laica agli Stati, nella religione mussulmana queste due componenti spesso si fondono».

LIBERTÁ DI ESPRESSIONE – Accanto all’integrazione c’è un altro punto di fuoco: la libertà di espressione. «Si tratta di una peculiarità occidentale - ha chiarito Orioles – oggi, un bersaglio. Da molti attaccato, da pochi difeso. In Europa, così come negli Stati Uniti. Siamo in una fase molto delicata – conclude – nella quale da un lato abbiamo la libertà d’espressione, dall’altro la sensibilità musulmana». Il problema sta proprio nel trovare il giusto equilibrio tra le due parti.

IL CASO DI CERVIGNANO - Anche Bouraoui Slatni ha posto l’accento sull’argomento, ma riportandoci alla realtà locale. «Vi saluto con in mano il Corano – ha detto - per rispondere al dirigente dell’Isis della Bassa friulana, Aldo Durì». Il portavoce della comunità islamica ha sollevato un problema su tutti: «C’è molta disinformazione e ignoranza» e le polemiche di questi giorni sono il risultato. Un particolare riferimento è andato ai politici accusati di aver fatto propaganda e ai giornalisti, poco informati. «Il velo è legato alla fede della donna, che non è costretta a portarlo, ma sceglie di farlo, come dimostrazione della sua fede». Visto quanto accaduto a Cervignano, «come possiamo parlare di integrazione? Non ci sono i presupposti». «Se io fossi nei padri di quelle ragazze, chiederei loro di cambiare istituto, per essere libere di portare il velo, se è questo che vogliono».
Slatni quindi condanna la decisione del preside Durì, auspicando un’altra soluzione. 

I MODELLI DA ADOTTARE - In Italia, così come in regione stiamo cominciando solo da poco a fare i dovuti accomodamenti per dare la giusta risposta al problema dell’integrazione. «Ci sono diversi modelli che si possono adottare. – ha raccontato Orioles - quello francese e quello inglese. In Francia l’ostentazione delle differenze è bandita dallo spazio pubblico per ragioni di égalité, come amano dire i francesi. In Gran Bretagna c’è invece un’ampia tolleranza delle diversità, in nome di una ideologia che si chiama multiculturalismo per cui bisogna rispettare tutte le sensibilità e i costumi degli altri. Ora – ha approfondito il sociologo - purtroppo ambedue le ricette si sono dimostrate fallimentari. In Francia la linea dura ha creato un clima di ostilità. Fa riflettere anche la situazione inglese dove si è creata una polarizzazione in termini di stili di vita e di costumi per cui la comunità islamica è un’enclave, indirettamente questo ha favorito la radicalizzazione». «Il preside Durì ha scelto la via francese, l’Italia cosa farà? In assenza  di mosse da parte della classe politica, dobbiamo attenderci microconflittualità legate anche a episodi come quello di Cervignano e prepararci a una stagione di intensi confronti con le minoranze che vivono fra noi». C’è chi parla di un modello italiano, «perchè noi  - ha concluso Orioles - siamo un Paese buono, buonista, un paese che accoglie, che è generoso e sembrerebbe che fin’ora questo modello stia pagando. C’è un dato su tutti che fa riflettere: i foreign fighters. Dalla Francia ne sono partiti 1200, dall’Italia 53. Forse questo dato vuol dire qualcosa. Forse il «modello Italia» è una buona base di partenza, ma ci vorrà una riflessione seria. Non è facile, ma va fatto o rischiamo dei conflitti su larga scala».