70° anniversario dalla Liberazione

La testimonianza di chi il 25 aprile 1945 c’era

Una novantaquattrenne e i suoi ricordi «Era una giornata bellissima. Un sole meraviglioso. Io ero nel cortile con mia suocera. Le campane hanno preso a suonare. Scappavano fuori dal campanile da tanto che battevano. Suonavano come mai prima. Abbiamo capito subito che era finita la guerra»

Piazza Libertà, a Udine, il giorno della Liberazione - foto tratta da www.anpigiovaniudine.org (© )

UDINE – Era una giovane donna. Una madre da meno di un mese. Una moglie. E molto di più. Oggi ha 94 anni. Una lucidità mentale invidiabile. Una memoria di ferro. Ricorda quel giorno di 70 anni fa, come fosse ieri. Lo dicono i suoi occhi, assorti, mentre racconta, emozionata, il 25 aprile del 1945.

La guerra ieri, oggi e sempre come una cicatrice che non svanisce
70 anni dalla liberazione. «Oh si. Oggi ascoltando il telegiornale mi scendevano le lacrime ricordando quel giorno». «Quante cose sono successe. Quante cose ho visto». I raid. Le sirene che suonavano. Le corse nel rifugio.  Gli aerei carichi bombe. «Quando bombardavano di notte, si faceva giorno. La luce era più penetrante di quella del sole». È un racconto lucido quello della signora Dina. Una vita trascorsa prima nei campi, poi in fabbrica. Dopo la guerra è diventata una casalinga e una mamma. «Dovevi rimanere nascosto – ci racconta - perchè se ti trovavano "era finita»». «Il coprifuoco iniziava attorno alle 16.30 fino alla mattina seguente, intorno alle 7 o alle 8». Quando sorgeva il sole insomma. Il buio doveva essere assoluto. Dalle finestre e dalle porte non doveva uscire nemmeno uno spillo di luce. ««Pippo» (evidentemente così avevano soprannominato l’aereo che tutte le sere sentivano sorvolare l’area) alle 9 in punto passava. Ogni sera. Doveva essere tutto buio. Se avessero visto anche il più piccolo riverbero avrebbero preso con i bombardamenti». Tanta paura. Poco sonno. Erano queste le costanti di ogni notte.

La convivenza forzata con i tedeschi
«In casa nostra vivevano i tedeschi. Erano due. Giovani, fra i 20 e i 30 anni. Si chiamavano Mattia e Andrea. Li ricordo ancora. Erano persone educate. Padri di famiglia. Andrea, quello un po’ più grande aveva due figli. Mattia invece uno solo. Da noi passavano solo per pranzo e cena. Ma facevano da sé. Prima mangiavano loro, poi, a qualsiasi ora, arrivava il nostro turno». I soldati dormivano nel cortile di un grande contadino poco distante dalla casa della signora e della sua famiglia, all’interno di un accampamento. «Ricordo che ci dicevano sempre «se ritorniamo a casa, veniamo a trovarvi». Si capiva che erano stranieri, ma l’italiano lo parlavano abbastanza bene. Un giorno poi, sono spariti». Tornando indietro nel tempo era «circa otto giorni prima del 25 aprile del 1945. Non si sono più visti. Credo non siano mai tornati a casa. Con la guerra «così grande». Tanti tedeschi sono stati ammazzati».

Il 25 aprile. Le campane suonavano come mai prima
Il 25 aprile «un mercoledì o un giovedì non ricordo, la mia bambina il giorno dopo avrebbe fatto un mese. Era un pomeriggio (le 4, le 5). Era una giornata bellissima. Un sole meraviglioso. Io ero nel cortile con mia suocera. Le campane hanno preso a suonare. Scappavano fuori dal campanile da tanto che battevano. Suonavano come mai prima. Abbiamo capito subito che era finita la guerra». È arrivata la pace. «Già da qualche giorno avevamo capito che qualcosa stava succedendo perchè i tedeschi se n’erano andati uno dopo l’altro, tutti. Però non sapevamo bene cosa stesse capitando. E come andavano via i tedeschi arrivavano i partigiani». Dopo le campane, tutto il mondo si è tranquillizzato. Speranza. Stupore. Dalle parole di «nonna Dina» emerge questo. Incredula si è solo detta - come probabilmente tutti - : «speriamo sia finita davvero». «Mi chiedevo se fosse possibile» racconta. «Alle 8 (di sera) abbiamo sentito la radio». Nel piccolo paese alle porte di Udine in cui viveva, e vive ancor’oggi Dina, la radio si trovava in un’(unica) osteria («Lì di Bertiul» - così la chiamavano-). Quella sera «c’era gente ovunque, addirittura sulla strada. Tutti per ascoltare La notizia». Non ricorda bene cosa abbiano detto di preciso. «Le donne erano felici, molte avevano i mariti e i figli in guerra. Gli uomini avevano bevuto un po’ di più «ed erano su di grillo»». L’unica cosa chiara era che la guerra era finita. Il Duce non c’era più. La strada verso il futuro si faceva meno buia. Quella notte del 25 aprile 1945 «avevamo meno paura, ma c’era sempre quell’«ombra». Le porte sono rimaste aperte come le sere precedenti». «Non ci sentivamo ancora sicuri».

Un racconto carico di emozione. Gli occhi che rivivevano quegli attimi. I ricordi che riaffioravano veloci, in un susseguirsi di rumori, odori, sapori, pensieri. «Non avrei mai pensato di arrivare fino a qui. Di vedere tutte queste cose» ci ha detto Dina. Grazie alla sua testimonianza oggi possiamo ricordare quel 25 aprile 1945. 70 anni fa la storia dell’umanità prendeva un nuovo corso. La guerra finiva. Il mondo, l’Italia, tutti iniziavano una nuova vita.