Il racconto

Una udinese nell’incubo di Parigi: la sua testimonianza

Il coraggio nelle parole della giovane friulana, che si trova nella capitale francese da due anni per studiare: «Avere paura è un modo di darla vinta a chi vuole fartene provare»

Una ragazza friulana nell'incubo «Parigi» (© )

UDINE – Anche lei venerdì sera si trovava in un teatro parigino. Come tanti ragazzi della sua età. Fortunatamente però, non al Bataclan, bersaglio del terrorismo islamico, ma al 104. Arianna C. è una studentessa di Udine. Da due anni vive a Parigi dove frequenta un master in Progettazione Artistica Culturale all'Università Paris 8, a Saint-Denis. La zona è quella dello Stade de France, altro bersaglio dei fondamentalisti dell’Isis. Arianna abita nel 10arrondissement, il quartiere del ristorante Le Petit Cambodge, dove i terroristi hanno ucciso 12 persone. Tre luoghi distinti della città, ma comuni a molti parigini, frequentati quotidianamente anche da una ragazza come Arianna.

Dove ti trovavi quando è cominciato l’attacco dei terroristi?
«Ero a teatro, al 104. Quando sono uscita non sapevo nulla, sono andata a mangiare lungo il Canal Saint Martin. Le ambulanze e la polizia sfilavano lungo in canale, dalla caserma dei pompieri lungo la via i mezzi uscivano uno dopo l’altro. Ho ricevuto una chiamata dalla madre del mio ragazzo, italiano anche lui, che da Udine si era spaventata per quello che stava succedendo. Ci ha detto di tornare a casa e così abbiamo fatto».

In che zona di Parigi abiti?
«A cinque minuti da dove ci trovavamo, nel 10arrondissement. Lungo il cammino un ragazzo correva nella direzione opposta alla nostra (ovvero dalle zone colpite, verso nord) e gridava con toni minacciosi. L'abbiamo collegato solo dopo a quello che stava accadendo. Siamo stati fuori per poco, c'erano persone che ancora non sapevano dell'attacco e festeggiavano per le strade. La gente è stata avvertita poco a poco, da amici e parenti che inviavano messaggi e chiamavano».

Frequentavi i posti attaccati dai terroristi?
«Solo per esserci passata davanti: si trovano in zone vicine a casa e in luoghi che frequento quotidianamente come l'università, il lavoro, luoghi di vita quotidiana».

Conosci qualcuno dei ragazzi che si trovavano al Bataclan?
«Un artista con cui lavora il mio ragazzo era nella fossa del Bataclan ed è riuscito a scappare. E’ molto scosso. Abbiamo sentito dire che al Bataclan la gente è scappata sul tetto e che il proprietario di un appartamento accanto ha spalancato la finestra per accogliere le persone in fuga».

Hai paura adesso?
«Penso che ci siano posti più sicuri di altri. E' tutto un'incognita. Il teatro che hanno colpito venerdì sera poteva essere quello in cui mi trovavo io. Quanto accaduto venerdì sera è diverso dagli eventi di gennaio. Lo stadio, il teatro, il ristorante non sono Charlie Hebdo. Significano altro. Sono luoghi di vita, ed è questo che fa paura. Anche se, avere paura, è un modo di darla vinta a chi vuole fartene provare».

Sei riuscita a parlare con i tuoi cari in Italia?
«Venerdì sera ho ricevuto decine e decine di chiamate, messaggi su Facebook, sms. Tutti erano molto spaventati per quello che stava avvenendo. All'inizio non si conosceva la gravità degli eventi e mi sembravano esagerate alcune reazioni. Abbiamo acceso la radio e seguito in diretta di Radio France: in quel momento mi sono spaventata, quando ho veramente capito la gravità della situazione. Abbiamo continuato a sentire le notizie fino alle tre del mattino. Andare a dormire dava la sensazione di abbandonare gli altri. I messaggi hanno continuato ad arrivare tutta la notte».

Com’è la situazione a Parigi il giorno dopo?
«Sabato siamo usciti solo rapidamente per fare la spesa. La gente ha sguardi molto forti. Di solito gli sguardi non si incontrano qui. Oggi, però, le poche persone presenti ti guardano dritte negli occhi. Si percepisce il senso di solidarietà e di vicinanza in questi momenti. Non sappiamo ancora bene cosa fare: tutta la nostra attenzione è rivolta verso chi amiamo per sentirci più vicini e sicuri».