Il 4, 5 e 6 marzo a Udine

Polaroid: quando le foto erano solo «tatto»

Christian Giarrizzo propone un corso di tre giorni per far tornare in auge il vecchio modo di scattare. Sempre con un occhio di riguardo alle foto 2.0. «Polaroid come Instagram rispondono a una specifica esigenza sociale: mostrare, mostrarsi e ricordare»

Immagine di Augusto De Luca (© )

UDINE - «È un percorso adatto a tutti, anche a chi non possiede una Polaroid». È quanto chiarisce subito Christian Giarrizzo, quando ci facciamo raccontare il suo nuovo corso dal titolo eloquente: ‘La Polaroid e l’impossibile’. Ancora una volta il fotografo friulano sorprenderà i suoi allievi (4,5,6 marzo) con una proposta didattica fuori dal comune. La tre giorni di corso, organizzata in collaborazione con Bottega Errante e libreria Tarantola (via Vittorio Veneto 20), dove per giunta si svolgeranno le lezioni, «si svilupperà alternando fasi teoriche a esperimenti pratici». «Accompagnerò i partecipanti lungo la storia della Polaroid e dello sviluppo istantaneo, focalizzandomi sulle tecniche di stampa e sulle procedure di scatto più conosciute – ha raccontato Giarrizzo -. Ci sporcheremo poi le mani, immergendo le Polaroid all’interno di bacinelle d’acqua per creare nuove fotografie. Il nostro percorso si concluderà chiacchierando sulle moderne e attualissime tecniche di Lomografia che permettono di collegare uno smartphone a una stampante fotografica». Incuriositi da questo ‘attrezzo’ che ci catapulta negli anni ’80, abbiamo voluto approfondire l’argomento e conoscere meglio questo tipo di fotografia.

Nell'era del digitale, la Polaroid piace ancora al grande pubblico?
«La definirei un punto d’incontro tra il passato e presente. L’esplosione tecnologica delle nuove attrezzature e il relativo bombardamento mediatico da parte delle case costruttrici ha creato un paradosso settoriale. Grazie all’utilizzo dei nuovi supporti di memoria, possiamo archiviare migliaia di fotografie all’interno di una schedina di plastica grande quanto un francobollo. Dopo una prima fase, trasportata dall’entusiasmo, gli utenti si sono resi conto che mostrare centinaia di fotografie dal proprio computer o smartphone risulta macchinoso, dispersivo. Nell’era digitale il rischio è quello di dimenticare uno dei nostri più importanti sensi: il tatto».

E in questo come può aiutarci la Polaroid?
«La Polaroid, e con sé tutte le altre tecniche nascenti di sviluppo istantaneo, risveglia l’emozione di toccare con mano le proprie fotografie, osservarle mentre si sviluppano ed eventualmente conservarle all’interno di un album. In un mondo in cui siamo abituati ad avere tutto e subito, l’attesa, tipica delle pellicole Polaroid, in cui la fotografia prende vita, è ancora una seduzione all’intelletto».

Perché, come spieghi nella scheda del corso, il suo formato stimola la creatività?
«La sviluppo istantaneo costringe il fotografo a un tempo di attesa per trasformare la pellicola in ciò che ha catturato con la luce. Questa fase, lenta e magica, impone un lasso temporale in cui è possibile riflettere su quanto fotografato. È come se l’immagine stessa ci prendesse per mano, accompagnandoci attraverso i pensieri che ci ha spinto a immortalare quell’istante. Uno stimolo di questo genere stuzzica la creatività, che attraverso il tatto, rende reale quello che prima era solo idea. Ricordo il lavoro di Augusto De Luca, ad esempio, che utilizzando una spatola, creava delle storie in ogni fotografia. (è sua l’immagine allegata all’articolo)».

Perchè hai scelto proprio questo tema per il suo corso?
«La fotografia sta vivendo un periodo floridissimo, in contrapposizione al paradosso settoriale cui accennavo prima, dove invece chi lavora in fotografia, come professionista, deve fare i conti con una bassissima considerazione del proprio lavoro. Le grandi campagne pubblicitarie delle case costruttrici di attrezzatura, inoltre, spingono a credere che si possa ottenere belle fotografie solo se si scatta con l’ultimo modello prodotto. È un grave errore comunicativo. Alfred Eisenstaedt diceva: ‘L'importante non è la fotocamera, ma l'occhio’. ‘La Polaroid e l’impossibile’ mi è sembrata quindi un’ottima occasione per trasmettere questo concetto. Imparare a osservare quello che ci circonda è il primo passo verso una migliore coscienza fotografica. Una volta sviluppata l’osservazione si può scattare meno compulsivamente e con maggiori soddisfazioni». 

Polaroid e instagram, quale paralellismo, se ce n'è uno.
«Sono parte dello stesso grande processo di globalizzazione di ‘massa’ che la fotografia sta vivendo. Instagram riprende lo stesso formato quadrato della Polaroid, a sua volta fenomeno di ‘massa’ negli anni ‘80, non è un caso. Entrambi i fenomeni rispondono a una specifica esigenza sociale: mostrare, mostrarsi e ricordare».

A questo punto, per chi vuole approfondire l’argomento, non resta che iscriversi al corso di Giarrizzo. Qui trovate tutte le informazioni.