23 aprile 2021
Aggiornato 02:00
Suffragio femminile in Italia

70 anni di diritti da non dare per scontati

Clelia, friulana che nel ’46 aveva 22 anni: «I seggi li avevano fatti nella scuola del paese. Il voto era una cosa seria per noi. Era un obbligo. Se non votavi i funzionari comunali passavano a controllare»

UDINE – 70 anni. 70 anni di conquiste, di battaglie, di risultati. Era il 10 marzo del 1946. Quel giorno, che fece storia nella storia, vide le elettrici italiane alle urne, per la prima tornata delle elezioni amministrative, per dare un volto ai sindaci del post ventennio. Un’affluenza alta, molto alta. Ancora maggiore, però, l’emozione. Quelle madri, mogli, sorelle, stavano apponendo un sigillo indelebile per il futuro. Il futuro delle loro figlie, delle loro nipoti e non solo.

L’89% delle donne aventi diritto si recò alle urne
Ma, c’è anche da dire, che questo è un giorno dimenticato. Nascosto all’interno di un cassetto, in fondo, assieme a un po’ di polvere, e qualche foglio sgualcito. Oggi lo spolveriamo, questo 10 marzo 1946, per ricordarlo, per raccontarlo, per sottolinearne l’importanza. Un’importanza ancor maggiore in quell’Italia che da poco annusava il profumo della democrazia. Un Paese in cui dopo anni di dittatura e guerra, di distruzione e dolore, finalmente è ritornata la primavera. Ecco, in questo contesto, complesso, delicato, in una delle prime domeniche di libertà, grazie al decreto 74 le italiane (se ventunenni) poterono considerarsi a pieno titolo cittadine (eleggibili se compiuti i 25 anni). Chiusa la porta di casa alle spalle, tolto il grembiule, riposti gli attrezzi di lavoro, oltre l’89% delle aventi diritto si recò alle urne (votò il 71% della popolazione italiana). In quelle tornate elettorali furono elette 2 mila candidate nei diversi consigli comunali. Sì, tornate, perchè il voto non si esaurì in quella domenica, ma proseguì fino al 7 aprile. Più tardi, poi, in autunno (tra ottobre e novembre), altri 1400 comuni vennero chiamati al voto con altri otto appuntamenti.

Il ricordo di Clelia
Come tante giovani, fibrillate, incuriosite, intimorite, anche Clelia, che nel ’46 aveva 22 anni, si recò a votare. «I seggi li avevano fatti nella scuola del paese. – ci racconta – Il voto era una cosa seria per noi. Era un obbligo. Se non votavi i funzionari comunali passavano a controllare». «Era la prima volta, - prosegue - eravamo inesperte, avevamo dubbi e domande. Speravamo solo di votare ‘bene’». «Ricordo che ci hanno spedito una cartolina a casa, a me e alle mie sorelle, con quella ci siamo presentate, abbiamo consegnato anche la nostra carta di identità. Le persone che erano lì, al seggio, scrivevano i dati su un foglio e ti consegnavano un’altra cartolina, quella serviva per il voto». Non un percorso semplice. Non scontato. Altri tentativi erano già stati fatti, ma è stato necessario attendere la fine del Secondo conflitto mondiale per assicurare il voto al gentil sesso. Ma alla fine ce l’hanno fatta! Tecnicamente il diritto al voto fu decretato già il 30 gennaio 1945. In quell’occasione, con una riunione del Consiglio dei Ministri, la maggioranza dei partiti (esclusi i liberali, gli azionisti e i repubblicani) si pronunciò a favore. Il giorno seguente fu quindi emanato il dl 23 che accordava il suffragio alle italiane. Escluse solo le prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case-chiuse.

Ora sì, se vogliamo questo 10 marzo riponiamolo pure nel solito cassetto, ma magari non mettiamolo in fondo, appoggiamolo in bella vista, così, ogni volta che lo apriamo quel cassetto, sia lì, a fare da monito. A strizzarci l’occhiolino. A dirci quanto abbiamo. A ricordarci di non dare nulla per scontato perchè, tutti i giorni, il mondo ci racconta quanto davvero nulla è scontato.