La testimonianza

Udine-Idomeni: viaggio nel campo profughi più grande d’Europa

Fino ad agosto il piccolo paese, da allora il più grande centro profughi d’Europa. Lì, bloccati in un limbo ci sono (oggi) circa 10 mila persone

Un'immagine del capo profughi di Idomeni (© Centro Missionario Diocesano di Udine)

UDINE - «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Così diceva Fabrizio de Andrè. E parafrasando il cantautore genovese (e uno dei nostri interlocutori) iniziamo a raccontavi un viaggio. Destinazione Grecia. Non la Grecia della cartoline, non la Grecia dell’acqua cristallina, delle spiagge dorate, non la Grecia delle vacanze. Saliamo, su, a nord. Arriviamo al confine con la Macedonia, in un paesino dimenticato da Dio che è fatto di campi e una manciata di persone. Circa 100. Quel piccolo villaggio si trova poco sopra il livello del mare, ai piedi di una collina chiamata Kouri, lì accanto scorre un fiume, il Vardar. Chi lo ha visto, quell’angolo di terra, dice che «per capirci, è come uno di quei paesi nelle Valli del Natisone, quelli in cui ormai sono rimasti solo pochi abitanti». Lì però c’è un’altra cosa. I binari. Sì, passa il treno. Conduce dalle terre elleniche direttamente a quelle macedoni. Ma poi quei binari salgono, ancora più a nord. Arrivano fino ai Bundesländer, gli stati federati tedeschi. Il viaggio di cui vi parliamo come detto è però in Grecia. I protagonisti sono Stefano e Michele, anche se forse sarebbe più giusto definirli diversamente, dei narratori. Ma poco importa chiamateli come preferite. Resta il fatto che loro fanno parte del Centro Missionario Diocesano di Udine e che in Grecia non sono andati in villeggiatura, ma per sostenere la Caritas greca che a Idomeni - fino ad agosto il piccolo paese di cui vi abbiamo parlato – porta il suo aiuto al più grande centro profughi d’Europa. Lì, bloccati in un limbo ci sono (oggi) circa 10 mila persone. Fino a un mese fa oltre 11 mila.

Gemellaggio Italia-Grecia
Stefano e Michele hanno raccontato quello che hanno visto, cosa succede, come aiutare quelle persone. Assieme a loro in collegamento via Skype con la Libreria Tarantola di Udine, Rino Pistone, operatore di Caritas Grecia, impegnato a Idomeni dall'estate 2015. Il ‘gemellaggio’ con la Caritas greca è iniziato nel 2014: «all’epoca è stato un segno di solidarietà intraeuropea, vista la crisi che affliggeva (e che tutt’ora affligge) il Paese», hanno raccontato. Ma da allora la Grecia è diventata non più un luogo di transito ma di sosta. Con le conseguenze che tutti conosciamo. La Democrazia Ellenica, secondo le stime, potrebbe accogliere 39 mila persona. A oggi sono quasi 54 mila. Sempre in termini numerici il 52% sono di origine siriana, il 28% sono afgani, il 18% vengono dall’Iran. Sul totale, il 62% è composto da donne e bambini. Moltissimi i minori non accompagnati che vengono ‘adottati’ dalle famiglie presenti nel campo. «É un’emergenza nell’emergenza».

I bambini sulle rotaie
È subito evidente una netta differenza fra ciò che vediamo noi nella nostra città, dove girando l’angolo incrociamo gruppi di ragazzi (sempre maschi) giovani, e dove le famiglie sono delle rarità. Durante il dibattito si alza una mano e un ragazzo domanda perchè. «Non abbiamo una risposta scientifica, nessuno ce lo sa dire. Ma dal confronto fatto con i nostri colleghi greci – spiega Michele – pare che le famiglie fossero tutte dirette in Germania, dove avrebbero goduto di maggiori tutele. Un’assistenza che invece non sarebbe garantita ai giovani uomini afgani o pakistani. I loro Paesi, al contrario della Siria (e su questo si potrebbe discutere) non sono considerati Paesi di guerra, quindi sarebbero stati rispediti indietro. Per questo camminavano lungo i binari. Non conoscendo la strada, si sono fatti guidare dalle rotaie. Ma poi lo scorso 8 marzo sono stati bloccati al confine macedone».

5 docce per 11 mila persone e niente acqua calda
«A Idomeni la situazione è di grande attesa» ha spiegato Rino Pistone, anche lui è italiano, ma in Grecia ci vive. «Oggi la situazione è più tranquilla, ma le tensioni non mancano. Queste persone vengono da Paesi diversi, hanno anche culture diverse. Ciò genera spesso scontri». Accanto a questo, le proteste, i bambini usati per scopi mediatici - perchè oramai si sono comprese le dinamiche della stampa occidentale - e poi i problemi igienici – ci sono 5 docce per 11 mila persone e niente acqua calda -, difficoltà a gestire l’accumularsi delle immondizie, piccole sacche di illegalità – si sono registrati casi di contrabbando di sigarette. E poi c’è la (incredibile) quotidianità che queste persone nel loro limbo sono riuscite a costruirsi: c’è la parrucchiera, il barbiere, qualcuno che insegna l’inglese ai bambini, chi fa le pulizie di ‘casa’, chi cucina, lava, stende. La «situazione è critica però, perchè nessuno organizza gli aiuti» vige una totale di autogestione da parte di chiunque voglia dare una mano. E questo per quanto pregevole, non è la soluzione al problema.

E i greci? Di fatto sono solidali
«Il tipo di immigrazione che vivono è molto diversa dalla nostra – sottolinea Michele –, ci sono principalmente donne e bambini» e così non è raro trovare manifestazioni pro-profughi. In questa situazione, che ad ascoltarla ricorda le pagine di un libro, sono molte le cose che si possono fare, anche da qui. È possibile offrirsi come volontari o fare delle donazioni, non necessariamente in denaro. Basta contattare la Caritas Udine (www.missioni.diocesiudine.it) per saper cosa fare. Loro, infatti, sono costantemente in contatto con i colleghi greci. Quegli stessi colleghi, come Rino, che lavorano tutti i giorni fra la gente che dalla disperazione è riuscita a tagliarsi una fetta di quotidianità e che attende. Il futuro, quel futuro, che forse, sarà fatto di un campo fiorito.