I dati della XXI indagine congiunturale di Confartigianato Udine

Artigianato in chiaroscuro: al palo edilizia e chi non innova

Crescono le imprese strutturate e chi esporta. Cala il numero di artigiani fiduciosi rispetto alla competitività della propria impresa, anche se il saldo d’opinione sul fatturato, seppur negativo, è in miglioramento rispetto alle precedenti rilevazioni.

Ancora in crisi le piccole botteghe artigiane che non esportano (© Diario di Udine)

UDINE - È una fotografia in chiaroscuro quella scattata dall’Ufficio Studi di Confartigianato-Imprese Udine in occasione della presentazione dei dati della 21^ indagine congiunturale sull’artigianato della provincia di Udine, per cogliere lo stato di salute del comparto artigiano friulano con interviste telefoniche fatte ogni 6 mesi dall’Irtef (Istituto per la ricerca sulle tecniche educative e formative di Udine) su incarico di Confartigianato Udine.

Vanno meglio le imprese strutturate che esportano
I dati, presentati dal presidente di Confartigianato-Imprese Udine Graziano Tilatti, affiancato dal segretario Gian Luca Gortani e dal responsabile dell’Ufficio Studi Nicola Serio, dicono, in estrema sintesi, che vanno meglio le imprese strutturate e che esportano, ma che la crisi è nera per l’edilizia e le aziende poco innovative. Cala inoltre il numero di artigiani fiduciosi rispetto alla competitività della propria impresa, anche se il saldo d’opinione sul fatturato, seppur negativo, è in miglioramento rispetto alle precedenti rilevazioni.
Come spiega Serio, quella che emerge è «un’immagine nel complesso meno positiva di quella colta all’inizio del 2016, con un clima di fiducia degli artigiani in controtendenza rispetto a quello degli imprenditori di altri settori, visto che in sei mesi è crollata di quasi 8 punti la quota di artigiani nettamente fiduciosi rispetto alla competitività della propria azienda e di 5 punti quella già bassa nei confronti dell’andamento economico dell’Italia».
D’altro canto, il saldo d’opinione sul fatturato, pur negativo e pari al -24,1, traccia una curva ascendente che lo riporta alla dimensione di 5 anni fa, dopo la punta negativa del -44,2% registrata nel 2013; è cresciuta inoltre nettamente la quota di artigiani con un fatturato stabile o in crescita, pari al 61% e nettamente superiore alla media del valore di metà anno del periodo 2012-2015 (49,5%).

L’artigiano più in crisi è quello che opera sul mercato locale
«L’effetto chiaroscuro – aggiunge Gortani - spicca soprattutto confrontando i due identikit: quello delle imprese artigiane contraddistinte da un andamento positivo o almeno reattivo nei confronti della congiuntura, e quello degli imprenditori ancora stretti nella morsa della crisi. Le prime esportano direttamente o indirettamente i propri prodotti, hanno una dimensione maggiore, operano spesso nel terziario avanzato o nelle manifatture specializzate, con una forma giuridica di società di capitali, un titolare relativamente giovane (25-44 anni) e con un titolo di studio superiore; sovente operano nella parte orientale della provincia e un po’ più spesso della media sono guidate da una titolare donna. Viceversa il profilo dell’artigiano più in difficoltà è quello che fa riferimento soprattutto al mercato locale, opera nel comparto delle costruzioni, con un titolare più anziano (ultra 55enne) e meno formato, spesso titolare individuale di una microazienda con non più di due addetti, e per cui la Pubblica Amministrazione rappresenta un cliente significativo».
A conferma di una migliore performance congiunturale delle aziende artigiane più strutturate interviene il dato sulla dinamica occupazionale: il campione segna un incremento del 2% del numero di addetti, ma esclusivamente per effetto delle imprese più strutturate; in ogni caso è parzialmente incoraggiante il fatto che il 73,8% delle aziende abbia segnalato una stabilità del numero di occupati.

Investimenti in flessione
Inevitabile il contraccolpo sulla dinamica degli investimenti: soltanto il 15,9% degli artigiani ne ha realizzati in misura significativa nel primo semestre dell’anno, una quota sostanzialmente uguale a quella registrata a metà 2015 (16,0%) e ben lontana dalla soglia del 20% che si può considerare come un livello positivo. Anche la tipologia della spesa per investimenti conferma il segnale di debolezza visto che a crescere in misura significativa rispetto all’anno precedente sono soltanto gli investimenti ‘medio bassi’ (dal 21,6% al 27,1% del campione) che corrispondono ad una mera ‘manutenzione’ della capacità produttiva. Ne consegue che il ridursi della quota di artigiani con un indebitamento bancario significativo (scesa dal 52,2% di metà 2015 al 43,2%) non rappresenta un fattore positivo, bensì una conferma del sostanziale ‘inceppamento’ del ciclo degli investimenti produttivi.

La crisi infinita delle costruzioni
Un discorso a parte merita il comparto delle costruzioni, il più in sofferenza oltre che il più rilevante sotto il profilo quantitativo (vi operano attualmente 5.585 delle 14.067 aziende artigiane attive in provincia di Udine, pari quindi al 39,7%). In questo ambito la criticità più spesso segnalata riguarda i tempi di pagamento della clientela (70% contro la media del 61,2%), seguita dalla stagnazione della domanda (62,1% rispetto alla media del 56,7%) e dall’aumento della concorrenza sleale (53,3% contro il 50,0% della media campionaria).

La ricetta del presidente Tilatti
«Occorre intervenire in quattro direzioni. Misure di sostegno della domanda locale e interna (ad esempio attraverso meccanismi che aumentino la quota di piccole aziende locali aggiudicatarie di appalti); supporto e stimolo all’aggancio, diretto o indiretto, alla domanda internazionale (ad esempio qualificando la subfornitura locale delle medie imprese esportatrici); formazione imprenditoriale a supporto dei processi di innovazione, non solo tecnologica, ma anche organizzativa; misure che riducano i tempi di incasso dei crediti commerciali».