5 giugno 2020
Aggiornato 06:00
Incontro con l’autore de “Il senso di Smilla per la neve”

Peter Høeg e i suoi dieci anni di silenzio

A Pordenonelegge, lo scrittore ci racconta il suo lungo ‘esilio’ dal mondo, la Danimarca e i segreti del suo mestiere
Peter Høeg
Peter Høeg

PORDENONE - La sala stampa ammutolisce quando Peter Høeg fa il suo ingresso. Un’apparizione rara, perché si dice conceda pochissime interviste, ma anche per il suo aspetto, che ricorda l’alieno Ziggy Stardust, interpretato da David Bowie. Magro, magnetico, dal pallore nordico, ricorda un extraterrestre per più di un motivo. Gli svariati talenti (scrittore, marinaio, attore, insegnante di recitazione e ballerino), ma anche il mondo da cui proviene, quello che i più identificano con un generico Nord Europa, fatto di servizi sociali funzionanti, alta qualità della vita, occupazione alle stelle. Per un pubblico di giornalisti italiani, un altro pianeta.

«È vero – ci conferma Høeg – In Danimarca si sta bene perché abbiamo una storia di movimenti socialdemocratici senza pari e ora la discrepanza di reddito tra ricchi e poveri è quasi inesistente. Purtroppo soffriamo di un’altra crisi, come tutti gli altri stati europei: la perdita di un profondo senso della vita. Al mondo non c’è più saggezza, i nostri eroi sono in riabilitazione da droghe pesanti e la gente, lo dimostrano le vostre domande, cerca risposte in poveri scrittori come me. Lo scrittore non ha un’agenda politica, lui può solo aprire il suo cuore e vedere cosa ne sgorga. Schiudere il proprio sentire è l’unico è l’unico modo per arrivare al cuore dei lettori».

L’autore del best seller ‘Il senso di Smilla per la neve’ ha un metodo molto preciso per liberare le emozioni e distillare la creatività. Per sei mesi l’anno si ritira, visitato dalla sua famiglia e da pochi amici, in un luogo tranquillo in mezzo alla natura. Poi, con il romanzo pronto, si dà nuovamente alla vita pubblica: «Non è vero che sono riservato, amo intrattenermi con persone come voi e ricevere attenzioni di questa qualità. Ma ho anche bisogno di dedicarmi alle tre cose che danno senso alla mia vita: la mia famiglia, la meditazione, i miei libri, cose che richiedono quiete. In questo modo io mi ricarico per lunghi periodi, per poi uscire allo scoperto con qualcosa da comunicare. Lo vedo come una successione di inspirazioni ed espirazioni».

Quella orchestrata da Peter Høeg sembra una macchina creativa scintillante e senza falle nel sistema. Ma per chi deve raccontare lo scrittore dall’esterno, la parte più interessante è quando il meccanismo si inceppa, per poi ripartire. E su questo, lo interrogo direttamente.

Lei ha descritto la sua scrittura come una reazione a catena: durante la stesura di un libro iniziano ad arrivare le idee per quello dopo. Ha usato l’immagine di una pianta, da cui nasce un seme, da cui nasce una pianta, un movimento che ricorda il moto perpetuo. Eppure so che nella sua vita c’è stata una pausa creativa di dieci anni. Cos’è successo in quel periodo, e cos’ha imparato da questo silenzio?
«Innanzitutto, io non ho mai smesso di scrivere. Per dieci anni, ogni giorno, pur sapendo che non avrei mai usato quel materiale. Io ho un rituale di vita molto preciso, mi sveglio la mattina alle sei, medito, faccio colazione, scrivo (sempre a mano) per poche ore, perché non mantengo la concentrazione a lungo. Dopo cinque anni di routine mi sono reso conto di aver buttato giù, a mano, circa duemila pagine. Ho voluto gettarle tutte nella spazzatura e davanti al bidone di  riciclo della carta mi sono chiesto, sul serio, se non fosse il caso di cambiare mestiere. Le ho gettate tutte e duemila, l’ho fatto veramente. Dopo altri cinque anni mi sono ritrovato con delle nuove pagine scritte e quelle sì, sentivo la responsabilità di doverle condividere col mondo. Ho imparato che la creatività è un dono che ci arriva direttamente dall’universo. Non è merito nostro e come lo riceviamo ci può essere sottratto da un momento all’altro, e noi non capiamo il perché. Un dono è qualcosa che ci permette di entrare in contatto con quella dimensione di risveglio che si raggiunge negli stati di meditazione profonda. Siamo tutti dormienti, se l’universo ci conferisce un dono è per avere degli squarci di veglia. Per le mie protagoniste è così: Smilla ha i sensi acuiti, Susan ha un’empatia fuori dal comune, io ho la scrittura. Un dono è una grazia che ci mette in contatto col resto dell’umanità».

Alla fine, Peter Hoeg non mi ha del tutto risposto. Ha scritto a mano duemila pagine, le ha trasformate in taccuini di carta riciclata, ma non ci ha detto per quale motivo. C’è stato un evento scatenante o un’abitudine disfunzionale? Forse non vuole dircelo, o davvero non lo sa. Forse ha capito, e ci ha spiegato, che non ha importanza. Ciò che conta è la consapevolezza, ancora una volta un dono, che spesso arriva da un lungo silenzio.