Al Salone piatti che elaborano tutti i Presidi Slow Food del Fvg

«Kebab furlan? La minima parte di una proposta amplissima»

Max Plett, presidente Slow Food Fvg, interviene sulla polemica di questi giorni: «il Salone si presta a interpretazioni originali della tradizione: così si valorizzano e innovano le identità»

La replica di Slow Food Fvg sul tema del kebab furlan (© Slow Food Fvg)

UDINE - «Tranquilli: non abbiamo speso 90 mila euro per promuovere il kebab friulano. Chi critica probabilmente lo fa senza aver letto bene la nostra proposta: il budget serve a promuovere, all’interno di una delle primarie manifestazioni internazionali dedicate all’enogastronomia, tutti i Presidi Slow Food del nostro territorio, i prodotti AQUA di Ersa, i vini di 28 produttori dell’intera regione, da scoprire tutta viaggiando in biciletta. E ogni 3 ore una degustazione guidata in cui raccontiamo le specificità regionali. Leggere solo i titoli di giornale non vale!». L’ 'interpretazione autentica' della presenza del Friuli Venezia Giulia al Salone del Gusto di Torino arriva dal presidente Slow Food Fvg Max Pett, che si è deciso a intervenire sulla polemica «anche per l’aggressività di alcuni commenti critici: tutta questa attenzione sul 'kebab furlan', per certi aspetti piuttosto lusinghiera, rischia di banalizzare settimane di lavoro e denaro pubblico, e questo, oltre a dispiacermi molto, fa male alla collettività». Soprattutto perché il kebab è solo uno dei 6 panini proposti al Salone (e la minima parte di una proposta amplissima). Come gli altri, realizzato con prodotti del Fvg che più tipici e tradizionali non si può.

Il kebab furlan simbolo di contaminazione 
«Ne cito solo alcuni: la jota, l’aglio di Resia, la trota di San Daniele, le carni di maiale friulano, i formaggi delle latterie turnarie. E c’è ovviamente anche il frico: ma dove volete che vada Slow Food Fvg senza frico?». Veniamo al panino incriminato: perché proporre, tra i 6 cestini di prodotti tipici, anche un Kebab Furlan? «Innanzitutto perché la cultura regionale, per quanto sia difficile e sciocco dare una definizione precisa alla nostra identità, piaccia o no, ha anche radici ottomane. Secondo: perché siamo a favore della 'contaminazione'. Siamo la regione delle diversità, e su questa dobbiamo impegnare ogni energia. Non è esterofilia e non è perché non ci riconosciamo nella cultura della 'mari enghe', ma perché siamo convinti che solo la valorizzazione della diversità possa innescare un meccanismo nuovo, soprattutto per quanto riguarda il turismo, che ci renda capaci di innovare ed essere competitivi in un mercato globale che ha fame di stimoli, di linguaggi nuovi, non di messaggi nostalgici. D’altra parte, anche cucinare per MasterChef è diverso dal farlo in un’osteria tradizionale friulana, ma anche questo è uno dei modi in cui si evolve, si promuove e si innova il mondo della gastronomia, oggi».

Salvare la nostra cultura mettendola a confronto con le altre
Plett conclude. «Il contesto del Salone del Gusto/Terra Madre, in cui, anche se attendiamo lunedì per un bilancio, lo stand Fvg sta riscuotendo tantissimo successo, si presta molto a proposte nuove, moderne, capaci di fare discutere, appunto, e il fatto che quest’anno la manifestazione si svolga all’aperto ci ha convinti ad usare un linguaggio diverso. La storia insegna che l’unica possibilità che abbiamo di salvare e tutelare la nostra cultura è di metterla a confronto con le altre. Non è certo chiudendoci a riccio, o dietro muri costruiti ad hoc, che si tutela la cultura di un gruppo di cittadini. Ce lo insegna anche Terra Madre: non esiste identità se non è confrontata con altre».