Sì a Martines, Santoro, Malisani, no a Bertossi

Venanzi: “Prima il modello di coalizione, poi il nome del candidato”

L’assessore fa autocritica sull’azione del Pd nazionale e regionale: “Si è pensato più a ‘correre’ con le riforme che alle reali esigenze delle persone”

Alessandro Venanzi (© Diario di Udine)

UDINE - Alessandro Venanzi, assessore comunale a Commercio e Turismo, 35 anni, laureato in Economia aziendale, è entrato nel Pd all’atto della fondazione. «Prima di allora – precisa – non ho mai avuto tessere». E’ al suo secondo mandato amministrativo. E adesso è alle prese con un faticoso braccio di ferro su via Mercatovecchio con alcuni commercianti, «quelli che protestano da 30 anni e che vorrebbero riportare le auto lungo la via».

Assessore, da dove partiamo?
«Mah, ci sono due argomenti, credo: l’amministrazione e il partito».
Bene, cominciamo dal secondo.
«E’ evidente che il centrosinistra vive una stagione particolare perché c’è stato (a Udine un po’ di meno) un nostro errore a tutti i livelli».
E qual è questo errore?
«Si è puntato più a correre piuttosto che a soffermarsi sulle esigenze dei cittadini. Si è voluto più dimostrare di cambiare le cose piuttosto che realizzare interventi atti a un reale cambiamento. A livello nazionale abbiamo assistito a una sorta di iperattività legislativa per dimostrare quantitativamente che si stava intervenendo su tante cose, e si è dedicato poco tempo per cercare di intercettare le richieste della gente».
E a Udine questo, dice lei, si è verificato di meno?
«A Udine abbiamo sempre avuto la capacità di interpretare le esigenze dei cittadini. L’agenda era dettata da queste priorità, e quindi negli anni siamo stati capaci di un percorso evolutivo e di cambiamento».
Parliamo del prossimo candidato sindaco del centrosinistra.
«Ci sono due premesse. Prima: che quando un sindaco arriva alla scadenza del suo mandato ci sono più profili spendibili. Oggi dobbiamo cercare di mettere da parte le ambizioni personali per saper racchiudere dentro la candidatura tutte le sensibilità. Seconda: che il modello di coalizione deve essere prioritario rispetto al nome».
Le primarie?
«Strumento alle origini utile, ma in ogni caso preferibili di coalizione. Farle dentro il partito minerebbe l’unità».
Ancora sui possibili candidati. Cominciamo da Martines…
«Ci sono più nomi, e questo è evidente se la candidatura sarà interna. Oltre a Martines ci sarebbe anche Santoro e Malisani, che non nasconde ambizioni in merito. Evidente».
E Venanzi?
«La candidatura non è sul piatto».
E se la ponessero?
«Mah, per ora sono impegnato a portare a termine le attività intraprese. E poi ribadisco che deve prevalere l’idea di un progetto prima di individuare la persona».
Perché ama definirsi l’assessore ‘alle osterie’?
«Perché ritengo che un amministratore pubblico, come ci ha insegnato Candolini, abbia l’obbligo pressoché quotidiano di ascoltare la gente. Ed è quello che il Pd aveva forse un po’ smarrito. E al di là delle battute, trovo sia un dovere per chi amministra sondare giorno dopo giorno gli umori dei cittadini».
La candidatura di Bertossi…?
«Ha posto dei punti di domanda a tutti. La sua fuga in avanti è dettata dal fatto che vuole riposizionarsi sul ‘mercato’. La domanda vera è però con chi vuole stare?».
Secondo lei?
«Un uomo di centro è facilmente riposizionabile. Arrivando dalla Dc può dialogare con tutti. Ma non credo che la città voglia puntare su persone che riemergono dal passato».
Quale futuro immagina per Serracchiani?
«E’ stata ed è una grandissima risorsa per la regione. Basterebbe citare la quantità di denaro che ha garantito al Fvg che non ha precedenti. Detto questo, ritengo che un grande partito debba capire come ‘spendere’ al meglio le proprie eccellenze».
La vedrebbe anche a Roma?
«Assolutamente sì».
In città, i commercianti sono sul piede di guerra. Non crede che ogni tanto sarebbe il caso, da parte vostra, di battere i pugni sul tavolo?
«Non amo il principio o con me o contro di me. Chi amministra deve parlare con tutti. E’ chiaro però che un assessore deve prendere delle decisioni. Con i commercianti ci siamo sempre confrontati. Noi siamo convinti della bontà di questo progetto di rilancio di una via simbolo non solo della città».
L’impressione è che a protestare non siano tutti i commercianti, ma principalmente i titolari di molte attività e gli affittuari, anche perché i dipendenti o chi paga l’affitto hanno altri grattacapi. E’ così?
«Mah, se vogliamo c’è una certa discrasia circa alcuni comportamenti. In tema-affitti, giova ricordare che l’amministrazione comunale non può nulla. Ed è giusto anche ricordare che la maggior parte dei locali sfitti a Udine sono in mano a una decina di persone».
Che magari sono le stesse che protestano?
«Già, spesso è così».
I nomi…?
«Li abbiamo fatti. E abbiamo messo l’Imu al massimo per coloro che lasciano gli immobili sfitti».
Il caro affitti rimane un punto dolente per rilanciare la città e su questo mi pare che i negozianti stanno zitti. Si parla di cifre davvero astronomiche, prossime in alcuni casi agli 8-10 mila euro al mese.
«Mi risulta, a questo proposito, che l’Otelio, locale storico che oggi è chiuso, pagasse 8mila 500 neuro di affitto al mese. Come amministrazione abbiamo cercato di dare il nostro contributo, tant’è che se uno presentava un accordo in itinere tra affittuario e locatario aveva un punteggio superiore per accedere ai fondi Pisus».
Com’è cambiata Udine dal suo osservatorio?
«La città in questi anni sta ritrovando una nuova vocazione. Prima era squisitamente emporiale; oggi è una città che sta sì proponendo brand esclusivi, ma sta diventando anche la città dei servizi».
Il futuro d Honsell?
«Credo sia legittimo possa ambire a un ruolo se non nazionale quantomeno regionale».
Udine e il turismo?
«La città dal punto di vista turistico è cresciuta dell’8,8%. La presenza nei musei e nei luoghi storici è in costante crescita. Nel calendario della Banca d’Italia siamo arrivati secondi nel Paese come meta turistica per questo 2017».
Che voto si dà?
«Non spetta a me ma agli udinesi».
Un’ultima considerazione su via Mercatovecchio?
«A chi sogna di riaprirla alle auto un invito a vedere come vanno le cose nelle città a livello europeo oltre che italiano. E poi…».
Dica
«L’attrattività di un centro storico è dettata principalmente dagli stessi imprenditori e non dalle amministrazioni comunali». (d.pe.)