13 dicembre 2018
Aggiornato 10:30

Due mondi di fare jazz: Holland-Hussain-Potter vs Cohen a Udin&jazz

Due i must della settimana al Palamostre che rappresentano altrettanti modi (e mondi) di concepire la musica
Due mondi di fare jazz: Holland-Hussain-Potter vs Cohen a Udin&jazz
Due mondi di fare jazz: Holland-Hussain-Potter vs Cohen a Udin&jazz (Angelo Salvin)

UDINE - Edizione ricchissima questa numero ventotto di Udin&jazz e che ricorderemo, oltre per le polemiche, anche e soprattutto per la versatilità delle proposte. Due, a mio avviso, i must della settimana al Palamostre che rappresentano altrettanti modi (e mondi) di concepire la musica. A trecentosessanta gradi.

SI COMINCIA LUNEDI' SERA - Si parte lunedì sera e dopo l'ottima performance al piano di Dario Carnovale salgono sul palco tre monumenti della storia del jazz, della storia della musica: Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter, che finchè non li vedi di persona - non ci credi! Monumenti, già, perché per il primo è più facile dire con quale altro grande musicista non abbia suonato piuttosto che il contrario, il secondo in India (e non solo) è una specie di divinità vivente ed il terzo è riferimento tra i fiatisti della nuova era jazzofila. L'attesa è enorme, il pubblico prende d'assalto il teatro già da metà pomeriggio per quello che si manifesterà come un prevedibile sold-out. Studiosi di tabla, che vogliono ammirare il Maestro da vicino, non possono perdersi la prima fila; mi intrattengo con loro e mi raccontano storie incredibili di rivalità nella musica classica indiana, che a confronto i nostri Mozart-Salieri appaiono come dei principianti!

GRANDE ATTESA PER COHEN - Mercoledì è la serata di Avishai Cohen che sceglie Udine (a conferma della caratura della manifestazione) come unica data italiana del suo nuovo tour. Grande curiosità per un virtuoso del contrabbasso che nel nuovo album '1970' prova a cimentarsi con la musica pop. Gli fanno da apripista gli scatenati Forq (by Snarky Puppy) per un'oretta all'insegna del funk più raffinato e coinvolgente. Lo schema del trio delle meraviglie è semplice quanto efficace: continui ed impeccabili dialoghi tabla-contrabbasso e i fiati di Porter che hanno pentagramma bianco a sviluppar melodie. Holland+Hussain hanno un'intesa da brividi: quattro braccia, due menti ed una sola anima. Musicale. Dall'altra parte invece la band di Cohen inizia che peggio non si può: problemi nella regolazione dei volumi, zero empatia tra i musicisti e i primi brani - che oltre a trasmettere un certo orgoglio yiddish - paiono buoni solo per esser venduti a Sting. Il crossover tra jazz colto e musica indiana nato agli inizi degli anni '70 trova il massimo della sua efficacia in un pezzo che Maestro Zakir (come lo introduce DH) dedica a quello che forse è il padre di quest'intuizione: John McLaughlin. I loop del clarinetto e l'incalzare della ritmica sul finale della suite ricordano infatti il miglior Remember Shakti, disco di culto di una ventina di anni or sono che seguiva un altro disco ancor più di culto. Nel parterre vedo gente con le lacrime agli occhi.

CHIUDERA' MARCUS MILLER - Avishai certo non ha lacrime agli occhi ma gli si legge nelle espressioni che nel ​backstage​ ci sarà una riunione con gli altri membri della band e che tale riunione non sarà per niente simpatica. Tuttavia a partire da 'Song of hope', singolo di un certo successo di chiara matrice soul e composto il giorno dell'elezione di Trump, l'armonia pare essere ritrovata all'interno del gruppo. Il Tel-Aviv on-the-rocks che propone inizia ad esser godibile così come il reggae con lo spoken-word che ci conduce alle pendici del Sacro Monte Sion e da lì in tutto il mondo alla ricerca di pace, fratellanza, amore cosmico.
Un colpo al plesso solare, intenso liberatorio e catartico, arriva dal bis del trio HHP. La sensazione che provi solo al concerto dei grandi, di pochi grandi, di quelli che conti sulle dita di una mano: che più di così non si può dare, non si può ricevere! AC chiude con un brano di sapore latino-americano, che centra veramente poco se non niente con la sua scaletta. Qui la sensazione è che l'esperimento pop sia destinato a chiudersi a breve. Anche perché i suoi dischi jazz sono di estrema classe e sarebbe un doppio peccato perseverare. Qualcuno ha detto che questa è stata l'edizione dei grandi bassisti. A metter d'accordo tutti ci penserà un certo Marcus Miller la sera del 24 luglio per il gran finale in castello per quello che dovrebbe essere l'ultimo concerto dell'ultima edizione di Udin&jazz. Sarà davvero così?