21 marzo 2019
Aggiornato 17:30
Indagine Ires Fvg su dati Istat

Lavoro in Fvg nel primo semestre: cresce l’occupazione dipendente (+4.800)

Regione quinta in Italia per assunzioni a tempo indeterminato (+11%)
Lavoro in Fvg nel primo semestre: cresce l’occupazione dipendente (+4.800)
Lavoro in Fvg nel primo semestre: cresce l’occupazione dipendente (+4.800) Adobe Stock

UDINE - In Friuli Venezia Giulia nei primi sei mesi dell’anno, secondo le stime dell’Istat, si osserva un aumento di 2.800 occupati rispetto allo stesso periodo del 2017 (506.300 contro 503.500, pari a +0,6%). La dinamica positiva, spiega Alessandro Russo, ricercatore dell’Ires Fvg, è attribuibile alla componente dipendente (+4.800 occupati), mentre continua la parabola discendente di quella indipendente (-2.000), in cui sono compresi gli imprenditori, i liberi professionisti, i lavoratori in proprio (commercianti, artigiani e agricoltori), i coadiuvanti familiari, i soci delle cooperative e i collaboratori.

Le tipologie contrattuali
Nei primi sei mesi del 2018, fa sapere ancora Russo, i nuovi rapporti di lavoro dipendente attivati in regione nel settore privato (esclusa l’agricoltura) sono in effetti aumentati del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2017 (quasi 5.000 assunzioni in più). Sono in crescita tutte le tipologie, ad eccezione dei contratti stagionali che risultano in lieve calo (-2%). Si può evidenziare che in valore assoluto sono aumentate soprattutto le assunzioni a termine (2.479 in più, +8,8%), ma anche quelle a tempo indeterminato mostrano un incremento significativo (913 in più, +11%). Quest’ultima dinamica positiva non può essere spiegata solo con gli sgravi contributivi previsti per le assunzioni dei giovani under 35, che sono state 648 nei primi sei mesi di quest’anno su un totale di oltre 9.200 nuovi rapporti a tempo indeterminato. Nel confronto con le altre regioni italiane, nel primo semestre 2018 il Fvg risulta al quinto posto per crescita delle nuove assunzioni a tempo indeterminato dopo Umbria (+19,6%), Veneto (+18,7%), Trentino-Alto Adige (+16,1) e Marche (+11,4%). Per quanto riguarda i più giovani, il contratto di apprendistato mostra una tendenza decisamente positiva (+14,2%), in continuità con il biennio precedente. In aumento infine anche il lavoro somministrato (+3,3%) e quello intermittente (+8,8%), che a partire da marzo dello scorso anno ha in parte sostituito i voucher per retribuire le prestazioni occasionali. Si tratta di una tipologia contrattuale mediante la quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione in modo discontinuo o intermittente secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi, anche con riferimento alla possibilità di svolgerla in periodi predeterminati nell'arco della settimana, del mese o dell'anno.

I nuovi rapporti di lavoro occasionale
Le prestazioni di lavoro occasionale introdotte nel corso del 2017 presentano due distinte modalità: il Contratto di Prestazione Occasionale, utilizzabile da imprenditori, professionisti, lavoratori autonomi e altre categorie di datori di lavoro con non più di cinque dipendenti a tempo indeterminato; il Libretto Famiglia, riservato ai datori di lavoro persone fisiche, non nell’esercizio dell’attività professionale o d’impresa. Si può ricordare che in pochi anni si era registrata una crescita esponenziale del ricorso ai voucher, tanto che nella nostra regione nel 2016 avevano riguardato oltre 63.000 lavoratori per un totale di circa 6 milioni di buoni venduti, corrispondenti ad un valore di 60 milioni di euro (lordi). Con l’abolizione e la successiva reintroduzione accompagnata da importanti limitazioni, il ricorso al lavoro occasionale risulta molto meno intenso; nei dodici mesi che vanno da luglio 2017 a giugno 2018 l’importo lordo totale in Fvg ha superato di poco i 4 milioni, sommando le due tipologie (circa 3 milioni per le imprese e poco più di 1 milione per il Libretto Famiglia).

Le nuove assunzioni a tempo indeterminato
I rapporti di lavoro a tempo indeterminato hanno avuto un forte impulso nel 2015, grazie alla possibilità per le imprese di usufruire di consistenti sgravi contributivi; negli anni successivi questa decisa crescita è stata solo in parte intaccata. Se si considerano le variazioni nette dei contratti a tempo indeterminato (assunzioni più trasformazioni di altre tipologie contrattuali meno le cessazioni) il saldo da inizio 2015 a giugno 2018 rimane ancora ampiamente positivo e pari a quasi 14.000 unità in regione. Data la contemporanea esplosione delle altre tipologie contrattuali a termine, dopo il 2015 l’incidenza delle nuove assunzioni a tempo indeterminato sul totale dei nuovi rapporti di lavoro risulta però in rapido calo, così come sul totale degli occupati. In base ai dati Istat, infatti, gli occupati permanenti sono passati da quasi l’88% dei dipendenti nel 2015 all’84,6% nel 2017.
L’esame delle sole nuove assunzioni a tempo indeterminato permette di osservare che l’incremento del primo semestre 2018 si è concentrato nei rapporti a tempo pieno (+27,1% rispetto al primo semestre 2017, mentre il numero di quelli part time è in calo -11,8%) e ha riguardato soprattutto i lavoratori maschi (+17,7% contro il +1,1% delle femmine) di nazionalità italiana (+13,7% contro +4% degli stranieri). Si può anche evidenziare che la metà delle nuove assunzioni a tempo indeterminato è stata effettuata da aziende fino a 15 dipendenti (4.581 su 9.218, contro le 4.240 del primo semestre 2017, +8%); inoltre si osserva un aumento particolarmente sostenuto nel manifatturiero (+702 unità, pari a +29,3%).

I motivi delle cessazioni dei rapporti a tempo indeterminato
Negli ultimi anni si può rilevare un netto aumento delle interruzioni dei contratti per dimissioni dei lavoratori, che riguardano ormai quasi il 70% delle cessazioni dei rapporti a tempo indeterminato in regione. Questa crescita ha riguardato soprattutto i lavoratori delle imprese più grandi (con oltre 100 dipendenti) ed è stata più accentuata per gli uomini occupati a tempo pieno e nella classe di età over 50.
A seguire si trovano i licenziamenti di natura economica, in deciso calo nel tempo (erano pari a quasi 40% nel 2014, nel 2017 sono scesi sotto il 20% del totale), che comprendono quelli avvenuti per giustificato motivo oggettivo, licenziamento collettivo, per esodo incentivato, cambio appalto o interruzione di rapporti di lavoro nel settore edile per completamento dell’attività e chiusura di cantiere. Sono infine meno numerosi ma in aumento i licenziamenti di natura disciplinare, che includono quelli per giusta causa o giustificato motivo soggettivo: passati dal 2,5% del totale nel 2014 a quasi il 5% nel primo semestre del 2018.