13 dicembre 2018
Aggiornato 01:00

Malborghetto, interdetta l'area della frana dal monte Foronon del Buinz

Lo scorso 29 settembre si sono staccati 150 mila metri cubi di roccia. Sul posto l'assessore Riccardi e la Pc
Malborghetto, interdetta l'area della frana dal monte Foronon del Buinz
Malborghetto, interdetta l'area della frana dal monte Foronon del Buinz (Regione)

MALBORGHETTO-VALBRUNA - «Abbiamo voluto procedere ad approfondita verifica dello stato della frana staccatasi il 29 settembre dalla parete del monte Foronon del Buinz con il supporto della consulenza geologica. Nonostante l'ampiezza, il movimento franoso rientra nelle dinamiche naturali di degradazione delle rocce. La zona è stata messa in sicurezza e interdetta al transito perché ci possono essere ulteriori distacchi di placche rocciose instabili». Lo ha dichiarato il vicegovernatore del Friuli Venezia Giulia con delega alla Protezione Civile, Riccardo Riccardi, a conclusione dell'ispezione, effettuata con il sindaco di Malborghetto, Boris Preschern, e i tecnici della Protezione Civile regionale, alla frana verificatasiin questa zona delle Alpi Giulie.

Alle 8.17 del 29 settembre, infatti, 150 mila metri cubi di roccia si sono staccati dalla parete del Foronon del Buinz, interessando una zona da che va da quota 2.170 metri a quota 1.850 metri, con una larghezza di distacco di circa 100 metri nel punto più largo. Il materiale depositato scende fino a quota 1.660 metri e si allarga per circa 200 metri. Alcuni massi ciclopici hanno terminato la loro corsa a quote inferiori. Altri massi staccatisi dalla frana hanno raggiunto il sentiero Cai 626 verso la forcella Lavinal dell'Orso.

«Per la sicurezza degli escursionisti e in vista della prossima stagione scialpinistica - ha confermato Riccardi - abbiamo interdetto il transito al canalone di accesso dalla Spranga all'Alta Spragna da quota 1.300 circa, ovvero quello che è l'itinerario abituale per chi fa scialpinismo verso le forcelle Lavinal dell'Orso e Mosè lato val Saisera». La frana è stata causata da fattori di origine climatica (precipitazioni, shock termici, cicli di gelo/disgelo) che hanno contribuito alla progressiva e continua degradazione della roccia in profondità, un fattore difficilmente identificabile in superficie. Altri crolli, di minore entità, verificatisi nei primi giorni di settembre, avvalorano questa tesi.