22 ottobre 2019
Aggiornato 03:30
Udine

Una serata «molto bluesy» al Teatrone

In un luogo che per l’occasione toglie le vesti formali e inamidate della classica o della prosa per lasciar spazio nel foyer a un pubblico che da queste parti suona un po’ improbabile
Una serata «molto bluesy» al Teatrone
Una serata «molto bluesy» al Teatrone

UDINE - John Mayall, la leggenda, dal vivo al Teatrone alla bellezza di 85 anni. E così entri alle ore 20.30 in un Teatrone che per l’occasione toglie le vesti formali ed inamidate della classica o della prosa per lasciar spazio nel foyer ad un pubblico che da queste parti suona un po’ improbabile: giubbottoni di pelle, stivali, qualche borchia, addirittura il jeans con la toppa del musicista favorito. Tutto caldo, vero, naif. Sarà una serata molto bluesy, e lo si percepisce immediatamente.

Così c’è un signore piuttosto attempato, dal sorriso disarmante che su di un tavolino firma autografi e dispensa battute. E’ lui o non è lui? Perché sembra proprio… lui! Si, è proprio lui: leggenda, mito, icona, che cosa si può altro aggiungere?! John Mayall, mr. Blues. Gli inglesi ora escono (forse, domani, rinviato, chissà) dall’Europa, ma se sessant’anni fa aprivano le porte ad una musica di rientro dagli Usa questo lo devono in parte - ma parecchio in parte - a questo signore.

Dal calderone Bluesbreakers nascevano nuove star di una musica ancestrale che avrebbe rapito il Vecchio Continente. Quelle sonorità black e poi yankee prendevano i colori della Union Jack e proiettavano nuovi mostri sacri: Eric Clapton, un nome su tutti. Opening act Francesco Piu, from Sardinia, emozionato e quasi incredulo dall’onore che gli dei della musica gli hanno concesso. E parecchio applaudito.

Qualche minuto dopo è la 'manifestazione' in persona a salire sul palco in camicia Miami Vice style accompagnato dai suoi fidi nipoti, generazionalmente parlando. Sangue blues che contagia immediatamente la platea per la gioia di un pubblico di appassionati, schiere di musicisti ed il gotha del giornalismo e della critica Fvg. Quelle lunghe tirate libere senza inizio o fine predefiniti, il dialogo tra la sua chitarra e quella tagliente di Carolyn Wonderland (in nomen omen verrebbe da dire se non fosse per lo pseudonimo), intensi giri di basso di Greg Rzab e Jay Davenport che martella alla batteria con una spia all’altezza dell’orecchio da sordità istantanea.

Il Teatrone è subito una bolgia! Risponde con piacere e spontaneità il leone di Manchester per un audience «So lovely and so peaceful». Brani legati ad aneddoti di vita, di storia come 'One life to live' che fa capolino al richiamo alla armi per la guerra di Corea, il che ti fa presupporre quanti anni abbia questo signore! Piccola parentesi di gusto squisitamente personale - che per me il blues deve avere il gusto di bourbon, di asfalto a stelle e strisce, di parole e slang che non si capiscono: si, la pronuncia perfetta e comodamente british mi mette un po' in crisi. Certo è che quel «I drunk dirty water» è encomiabile per spirito e stile, indipendentemente dalla cadenza. 'Chicago line' a chiudere con interminabili assoli di rito che si sottolineano a vicenda perdendosi in una notte infinita. Eh si, il bello del blues è che lo puoi suonare a 5 10 15 100 anni perchè ha un anima indolente, stanca, fresca, vecchia, e così terribilmente giovane. E John Mayall è la prova vivente di questo. What a bluesy night!