13 novembre 2019
Aggiornato 15:30
Concerto

Nonno Antonello e quell’Italia che non c’è più

In quattromila per Venditti sotto la pioggia. Il tour è un omaggio a «Sotto il segno dei pesci», fortunato disco che segnerà per sempre la carriera del nostro e che compie la bellezza di quarant’anni
Antonello Venditti in concerto
Antonello Venditti in concerto ANSA

PALMANOVA - Avete presente un nonno che racconta delle storie di un’epoca che non c’è più ai nipoti davanti al caminetto di casa?
Tempo uggioso, la gnagnarella (come si dice proprio a Roma), immancabili occhiali modello Ray-Ban, pianoforte, canzoni di un’era passata, ma proprio tanto passata. Ecco gli ingredienti ci sono tutti per ricreare un ambiente famigliare per un viaggio a ritroso nel tempo in un paese che non tutti presenti hanno conosciuto sul tappeto magico della musica di uno dei più influenti cantautori degli ultimi cinquant’anni.

Il tour è un omaggio a «Sotto il segno dei pesci», fortunato disco che segnerà per sempre la carriera del nostro e che compie la bellezza di quarant’anni. Una maratona di oltre tre ore dove sfilano i capisaldi della poetica vendittiana. La politica: «Pensavamo che Andreotti fosse il male assoluto!» Perché non conoscevate ancora quelli di oggi, vien da ribattergli.

L’amatissimo calcio, la passione per la Roma, i mondiali. Il rammarico per non aver telefonato una volta di più ad Agostino di Bartolomei - er capitano - morto suicida a dieci anni esatti di distanza dalla sconfitta all’Olimpico con il Liverpool in una finale di Coppa Campioni (che allora si chiamava così) leggendaria. «Sara», antesignana di tutte le ragazze madri. Un brano che delimiterà uno spartiacque. La droga, l’eroina, una generazione disintegrata nei buchi. Pianoforte e voce, al meglio: i carichi pesanti con l’amarezza per gli ideali di gioventù traditi in «Compagno di scuola» e la nostalgia (ancora una volta scolastica) di «Notte prima degli esami».

Gli amici. Quelli che non ci sono più: «Un tipo piccolo così con un cuore grande così che di nome faceva Lucio e di cognome Dalla e che mi ha salvato la vita motivandomi a scrivere questo pezzo!», applausi e parte «Ci vorrebbe un amico». Altrettanti applausi. Un altro di amico, Francesco, al quale chiede prima scusa e poi lo supplica di suonare ancora una volta insieme, un’ultima canzone, di più - un’ultima battaglia, con Francesco. De Gregori.
Le donne, il sesso, il femminismo, l’appartenenza partitica. La parola compagno. Il suo significato intrinseco, quasi metafisico. Ingredienti di un anacronismo che, attualizzato, farebbe probabilmente molto bene. Il contatto con il pubblico, del quale ha un bisogno viscerale, vero, genuino. Irrinunciabile.

Lo si guarda e soprattutto lo si ascolta in maniera disincantata mentre, come un Alberto Sordi della musica, ci dipinge qualche cosa di lontano, ma anche di affascinante e di storico, a mo’ di sussidiario canzonistico degli anni ‘70 e ‘80.
A volte si perde poi riprende, si commuove, fa il pistolotto morale, dimentica qualcosa. Ma gli si perdona tutto, perché Antonello non è più solo un cantante, ma un monumento.

I bis, ancora il giuramento di amore eterno al Caput Mundi, o in altre parole alla capoccia der mondo infame.
E gran finale con i quattromila presenti in fibrillazione e standing ovation per «In questo mondo di ladri», traccia che pare non aver perso verve tra il pubblico italiano, anzi. L’unica attualità della quale avremmo fatto volentieri a meno. Grande Antonello!