25 ottobre 2020
Aggiornato 05:30
Eventi

Grande commozione per Cojaniz e la strage di Piazza Fontana in musica

"Facciamo innamorare i giovani della Democrazia" è l’antidoto che propone Felice Casson

CERVIGNANO DEL FRIULI - «Siamo praticamente gli unici in regione oggi a commemorare il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana» la tocca piano come sempre king Giancarlo Velliscig aggiungendo «ma non è un merito nostro, è un demerito altrui.» Non sempre sono stato d’accordo con lui, stavolta sottoscrivo in pieno la sua introduzione perchè il 12 dicembre 1969 è una data che segna uno spartiacque: c’è un’ Italia prima e un’ Italia dopo quel giorno. Un’ora zero che va quindi ricordata. 

Una lunga maratona di cinema, dibattiti, poesia, musica al Teatro Pasolini di Cervignano è stato quindi il minimo che si potesse fare per raccontare - per chi c’era - ma soprattutto per chi non c’era - il luogo ed il tempo da dove arriviamo. Documentario di PPP sulla strage, a seguire Fabio Turchini taglia l’anima dei presenti con la lettura appassionata di Patmos, opera scritta a caldo dal poeta di Casarsa nelle ore successive
"è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti sono tutti dai cinquanta ai settanta,
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
– sulle cose che devono ben presto accadere –
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni».

Pasolini al Pasolini. Più di così…

Sale sul palco Felice Casson, uno di coloro che più di ogni altro ha contribuito a delucidare la verità storica di quel tragico giorno, e soprattutto di quelli che seguirono.
Passano nella memoria collettiva immagini di un paese antecedente quelle 16 e 37: gli scioperi generali, le lotte studentesche, l’autunno caldo. Una minaccia oscura, che veniva da lontano, pianificata, lucida. La bomba, le bombe, i depistaggi, le coperture ai neofascisti di Ordine Nuovo. La strage di Stato.

La ricostruzione  del magistrato è lucida e distaccata quanto penetrante nell’attualizzarla ai nostri tempi. Si passa vicino a casa per quella che venne battezzata «la strategia della tensione»: da Peteano. Creare disordine affinché arrivi dal popolo una richiesta di ordine. E la cultura come unico antidoto: «Facciamo innamorare i giovani della Democrazia!» il monito di chiusura sommerso da applausi interminabili.

Claudio Cojaniz aveva diciassette anni quando hanno fatto l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La dedica della suite «Dodici dicembre nero» va a tutti quelli che in quegli anni credevano in un mondo migliore, al di là delle appartenenze politiche, annuncia visibilmente emozionato prima della performance.

Uno scoppio, dei lamenti. Due contrabbassi a rendere ancor più cupa quell’atmosfera. La nebbia di Milano, un odore acre  come di mandorla (dalla parole di Achille Serra, tra i primi ad entrare), fumo, pezzi di gente ovunque.
Mettere in musica un sentimento comune, un fatto sconvolgente, «tanto poi avremmo capito che la vita sarebbe stata sempre sconvolgente».

Il loop dello Steinway, un taglio di tromba se vuoi morriconiano, un po’ spaghetti-western seguito da un lieve cedimento sul charleston che con immagini e video dell’epoca avrebbe reso ancor meglio. Requiem per due archi e speranza su 13 morti e 90 feriti: titolo a caratteri cubitali del Corriere della Sera. Che poi i morti diventeranno diciassette. Perdita dell’innocenza jazzata, che Dolce Vita mia non torni più! Intercalare decadente Milàn l’è un gran Milàn. Attacco blues lost-generation, perduto in Fa nella profonda periferia a tinte profondamente grigie con operai che si ammazzano tirando la lima alla Garelli. E forse nel saloon metropolitano entra anche Renato Vallanzasca.

Ritmica rimbalzante da anni dove tutto è possibile. Giove che nasce sotto il segno di Burt Bacharach ma che morirà ben presto, oppure si convertirà in qualcos’altro. Un affresco musicale unico, di rara potenza emotiva. Sanguinano i tasti del pianoforte di CC, da tanto il pezzo è sentito. Parterre visibilmente commosso, in religioso ascolto, catartico.
L’anarchico per eccellenza, la diciottesima vittima. Forse ancora più vittima degli altri. Accenno da La ballata del Pinelli in Tracking e gran finale dove Coj e i suoi Second Time sparano fuori il massimo, come se quel pezzo aspettasse di esser suonato da mezzo secolo. Quando si dice - per non dimenticare. 
Serata memorabile.